L’engagement in azienda non nasce per caso

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Elena Casagrande Santin

Redazione Prospettive Milano

C’è una differenza sostanziale tra lavorare in un’azienda e sentirsi parte di un’azienda. Quella differenza è espressa da una parola spesso abusata e fraintesa: engagement.

Con questo termine si intende il senso di coinvolgimento che si crea all’interno di un’organizzazione, è un insieme di consapevolezza e percezione che fa sì che le persone non si sentano semplicemente “dipendenti”, ma parte attiva di un progetto. Quando c’è engagement, ci si sente utili, ascoltati, riconosciuti.

L’engagement non è un automatismo. Non nasce solo dalla condivisione di uno spazio di lavoro o di un obiettivo. E nemmeno si costruisce, in modo quasi meccanico, attraverso il “team building”.

L’engagement è un concetto più ampio: riguarda la cultura aziendale, la qualità delle relazioni, la coerenza tra ciò che si comunica e ciò che si vive ogni giorno.
In altre parole, va costruito e alimentato nel tempo, attraverso un ambiente favorevole, una comunicazione chiara, momenti di confronto e iniziative.

Per capire cosa significhi nel concreto lavorare sull’engagement e quali difficoltà comporti, abbiamo raccolto quattro prospettive diverse: quella di chi organizza eventi, quella di chi si occupa di comunicazione, quella di chi lavora in ambito HR e quella di chi guida un’agenzia assicurativa. Quattro sguardi che mostrano come l’engagement non sia responsabilità di una sola funzione, ma il risultato di un lavoro condiviso.

Quali sono gli eventi aziendali che creano engagement?

Nicole Girod, Event Manager di Leonardo Assicurazioni, afferma che sì, l’engagement è molto importante: “Se c’è engagement, le persone lavorano in un ambiente unitario, sano e molto più produttivo“.

Engagement significa anche valorizzare i lavoratori come individui, ancor prima che come professionisti.

Il primo passo per raggiungerlo è capire quale tipo di coinvolgimento serve in quel momento e per quale target. Da qui nascono iniziative diverse: la nomina di ambassador e testimonial interni, momenti di socialità come le feste aziendali, oppure progetti più simbolici come lo scambio di libri a Natale o team building trasversali tra funzioni. L’obiettivo è far uscire le persone dalla routine e creare connessioni autentiche. La sfida? Progettare attività davvero inclusive, al 100%. Non tutti sono naturalmente predisposti a partecipare: per questo l’engagement deve partire dal benessere della persona, che deve sentirsi valorizzata prima come individuo e poi come lavoratore.

La comunicazione ha un ruolo nell’engagement

Per chi si occupa di comunicazione, l’engagement è l’obiettivo principale. Matteo Rapalli, responsabile comunicazione di Prospettive Milano, racconta che senza coinvolgimento interno, soprattutto in ambito commerciale, l’azienda non funziona. “Chi lavora al suo interno è il primo testimonial di ciò che propone”.
Uno degli strumenti chiave è il personal branding: aiutare i professionisti a costruire la propria identità digitale significa rafforzare sia il brand aziendale sia la consapevolezza individuale. Raccontarsi obbliga a riflettere su sé stessi e sul proprio valore, generando maggiore coinvolgimento. L’ostacolo principale è culturale: esiste ancora una visione tradizionale della professione, centrata solo sull’operatività diretta. La comunicazione non produce risultati immediati e per questo tende a essere sottovalutata.

L'engagement nella realtà di un’agenzia assicurativa

Per Marta Di Giovanni, Agente Generale dell’agenzia Bianchessi & Di Giovanni, l’engagement è fondamentale, ma complesso da costruire quando si integrano culture e storie professionali diverse.

Il lavoro quotidiano consiste nel condividere obiettivi chiari e valorizzare le caratteristiche di ciascuno, affinché ogni persona sviluppi consapevolezza del proprio contributo e senso di appartenenza.

La difficoltà maggiore nasce quando una struttura storicamente accentrata su due figure principali, i fondatori, deve aprirsi a nuovi ruoli e visioni. Far riconoscere il valore di figure nuove richiede tempo, soprattutto in contesti abituati ad altri modelli organizzativi.

Il punto di vista di chi lavora a contatto con le risorse umane

Per Giulia Parisi, HRBP di Leonardo Assicurazioni, l’engagement è un indicatore di salute organizzativa. Parla di relazione, fiducia, motivazione. E soprattutto di senso: le persone vogliono riconoscersi nei valori aziendali e sentirsi parte di un progetto.
Il lavoro quotidiano del reparto HR spazia dall’ascolto attivo alla promozione di una comunicazione trasparente su obiettivi e risultati. Autonomia, feedback continuo e opportunità di sviluppo trasversale rafforzano il coinvolgimento.Il punto di forza di Leonardo Assicurazioni è la creazione di “percorsi di crescita professionale favorendo così la personalizzazione dei percorsi di carriera”: in questo modo si concretizzano opportunità di job rotation o progetti trasversali tra diverse funzioni aziendali. La sfida principale è accompagnare il cambiamento. In azienda convivono generazioni con aspettative diverse, e conciliarle con le esigenze organizzative non è semplice. Senza ascolto e coerenza, ogni trasformazione rischia di essere percepita come imposizione. Per questo, anche per l’HR, engagement significa guidare le persone in un percorso di crescita reale e condiviso.

Dalle diverse voci emerge un elemento comune: l’engagement non è un’iniziativa isolata, né una responsabilità delegabile a un solo reparto. Non è solo evento, non è solo comunicazione, non è solo leadership.

È un processo continuo e strategico che attraversa tutta l’organizzazione. Richiede la capacità di leggere il momento che l’azienda sta vivendo e di creare le condizioni perché le persone possano riconoscersi in un progetto comune.

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